La storia di Big Joe
Big Joe non era il nome che gli avevano dato alla nascita, ma era quello che gli si era appiccicato addosso fin dall'adolescenza. Con la sua corporatura robusta, un po' tonda sui fianchi, e la massa inestricabile di ricci castani che gli circondava il viso, la cosa non lo infastidiva affatto. Anzi, c'era un'aria di bonaria grandezza in quel nomignolo che gli piaceva.
Il suo mondo ruotava attorno a uno schermo. Non era semplicemente un passatempo; era la sua vocazione. Il salotto di casa sua era un tempio in onore del divertimento digitale, illuminato da una luce azzurrina costante proveniente dal grande televisore. I joystick erano estensioni naturali delle sue mani, leggermente paffute. Ogni sera, dopo aver scaricato la tensione di una giornata non particolarmente esaltante, Big Joe si trasformava in un guerriero spaziale, un asso del volante o un avventuriero in terre lontane.
Ma c'era dell'altro nel cuore di Big Joe, qualcosa di più colorato e chiassoso dei pixel di un videogioco: l'animazione e i fumetti.
La sua passione per Dragon Ball non aveva limiti. Non era solo una questione di battaglie epiche e trasformazioni in Super Saiyan; era l'idea di spingersi oltre ogni limite, di credere nel potenziale nascosto. Spesso si ritrovava a mimare una mossa di combattimento davanti allo specchio (il Kamehameha era il suo preferito) o, più semplicemente, ad adottare l'atteggiamento fiducioso di Goku quando una missione in un videogioco sembrava impossibile.
Altrettanto forte era il suo amore per Inazuma Eleven. Big Joe non era mai stato un asso del calcio nella vita reale, e l'idea di un calcio dove i tiri diventavano fiamme, draghi o tunnel spaziali lo ipnotizzava. I nomi delle tecniche e l'energia indomita della squadra Riamuon gli davano una scarica di adrenalina anche solo a pensarci.
Poi c'erano gli eroi solitari.
Spider-Man era il suo modello di responsabilità, l'uomo comune con problemi quotidiani che si trasformava in un'icona di coraggio. Big Joe si immedesimava nel lato impacciato di Peter Parker, credendo segretamente che, forse, anche i ricci un po' spettinati e la tendenza a mangiare troppe patatine potessero nascondere un supereroe.
Ma, se si doveva scegliere un personaggio che lo capisse davvero, un'anima gemella cinematografica, quello era McLovin di Super Band. Non l'aveva mai ammesso ad alta voce, ma l'imbarazzo cronico, la voglia di fare colpo e il documento d'identità falso più ridicolo della storia del cinema risuonavano profondamente in Big Joe. L'idea di un ragazzo goffo che, in qualche modo, si ritrova al centro dell'azione, lo rassicurava.
Una sera, Big Joe si trovava di fronte a una sfida videoludica particolarmente ardua. Dopo aver fallito l'ennesimo tentativo, si appoggiò allo schienale del divano, i ricci arruffati.
"Dai, Big Joe," mormorò a sé stesso, con una vocina che non era affatto "grossa", "Pensa a McLovin che ha superato ogni ostacolo con un ID del 1981, e a Goku che ha lanciato un'onda energetica dopo essere stato sconfitto cinquantamila volte. Metti un po' di spirito Riamuon in questo controller."
Con un sospiro e un rinnovato senso di ridicola determinazione, degno di un Peter Parker in ritardo per un appuntamento e di un goffo McLovin pronto a combinare un pasticcio epocale, Big Joe prese il controller. Ricominciò il livello. Non era il più veloce, non era il più snello, ma era Big Joe, armato di ricci ribelli, amore per le onde energetiche animate e il segreto superpotere della perseveranza nerd. E questo, per lui, era più che sufficiente per vincere la partita.
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